Via Falcone e Borsellino: riposizionate le targhe con i nomi delle vittime innocenti di mafia.

Seconda tappa del progetto di sistemazione della via Falcone e Borsellino

In occasione della “XXVI Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” le associazioni promotrici del progetto “La Bellezza (Urbana) salverà il mondo” insieme all’amministrazione comunale hanno inaugurato le nuove targhe commemorative con i nomi delle vittime innocenti di mafia.

“Bisogna fare memoria per ricordare a noi stessi e per insegnare ai nostri giovani, ai nostri figli, che eventi così tristi per l’umanità non devono più accadere“ con queste parole il sindaco Andrea Tagliaferro, intervenuto alla manifestazione, ha voluto ricordare l’importaza di di questa giornata.

Ripristinate le targhe con i nomi

Durante la cerimonia sono state svelate le cinque targhe con i nomi di alcune vittime. Le targhe erano state originariamente posizionate, sempre in occasione di questa giornata nel 2018. In tre anni questo luogo è stato ripetutamente vandalizzato. Con questa nuova sistemazione si vuole lanciare il messaggio che la memoria e la legalità non si possono arrendere di fronte

Nonostante le restrizioni imposte dalla zona rossa, seppure in tono minore rispetto a quanto si sarebbe voluto fare, l’amministrazione comunale ha voluto comunque commemorare la giornata. Presenti il sindaco Andrea Tagliaferro, il presidente del Consiglio comunale Alberto Landonio, in rappresentanza di tutti i consiglieri, ed i membri delle associazioni di volontariato della città di Lainate che sono promotrici dell’iniziativa all’interno di un più ampio progetto di riqualificazione dell’area.

Il presidente del consiglio Alberto Landonio ha sottolineato l’impegno, da parte di tutte le realtà politiche del Comune, non solo nel sostenere questa iniziativa, ma in generale su tutto ciò che è legato alla lotta alle mafie, alle vittime innocenti di mafia ed alla legalità. Il Consiglio comunale di Lainate, su proposta del Partito Democratico, con voto unanime ha recentemente aderito anche ad Avviso Pubblico.

Un esercizio di cittadinanza attiva che ci permette di trasformare la memoria in impegno

Gaia Baschirotto, cittadina lainatese e rappresentante dell’associazione Libera, ha ripercorso la storia dell’intitolazione della via a Falcone e Borsellino ed alle vittime innocenti di mafia. “Più di tre anni fa, abbiamo pensato e scritto il progetto delle targhe. Il 21 marzo 2018 abbiamo intitolato la via ciclopedonale a Falcone e Borsellino ed alle vittime innocenti. Bisogna preservare questo passaggio pedonale con attenzione alla memoria. Tutelare i luoghi comuni ci permette di diffondere la cultura della bellezza. Alla fin fine il benessere della comunità e la legalità passano anche attraverso questi piccoli gesti. Questo è il nostro riscatto civile: tuteliamo il verde e la memoria. Tutelando il verde abbiamo dato alle vittime innocenti di nuovo il loro posto con queste targhe. Questo è un esercizio di cittadinanza attiva che ci permette di trasformare la memoria in impegno“.


Le biografie delle vittime innocenti presenti sulle 5 targhe

GIUSEPPE DI MATTEO – 11 gennaio 1996
Giuseppe Di Matteo era il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Giuseppe aveva 12 anni quando fu rapito il 23 novembre del 1993 al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando, il 1º dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto “Tappaci la bocca” e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu subito chiaro che il rapimento era finalizzato
a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo. Il 14 dicembre 1993, Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. Dopo un iniziale cedimento psicologico, il pentito non si piegò al ricatto, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio e decise di proseguire la collaborazione con la giustizia. Brusca decise così l’uccisione del ragazzo. Giuseppe venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido l’11 gennaio del 1996, all’età di 15 anni, dopo 779 giorni di prigionia.

LEA GAROFALO – 24 novembre 2009
Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione perché aveva deciso di diventare una testimone di giustizia, raccontando delle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Basandosi sulle rivelazioni di Lea Garofalo, il 7 maggio 1996 le forze dell’ordine effettuarono un blitz in via Montello a Milano, arrestando anche Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia che fu poi assassinato in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro, l’8 giugno 2005 Dopo alterne vicende legate al programma di protezione, nell’aprile del 2009 Lea decise di rinunciare a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi di nuovo a Campobasso in una casa che le aveva trovato proprio l’ex compagno Carlo Cosco. Il 5 maggio del 2009 la donna riuscì a sfuggire a un agguato. Nel mese di novembre del 2009 Carlo Cosco decise di portare a compimento il suo piano. Così attirò l’ex compagna in via Montello con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise.
Alcune telecamere inquadrarono madre e figlia nelle ore del pomeriggio lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale: sono gli ultimi fotogrammi prima della scomparsa definitiva di Lea. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero. Il corpo venne portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza) dove venne bruciato in un barile d’acciaio.

MARIA CONCETTA CACCIOLA – 22 agosto 2011
Viveva a Rosarno e già a 13 anni era sposata con Salvatore Figliuzzi, in carcere dal 2002 per associazione a delinquere di stampo mafioso. Anche lei apparteneva a una famiglia di mafia: era figlia di Michele Cacciola, cognato del boss di Rosarno Gregorio Bellocco. Per la ‘ndrangheta, si sa, i legami familiari sono indissolubili e servono a garantire la forza e la solidità della cosca. Ma Maria Concetta di quei legami rimase vittima: con l’arresto del marito, i familiari cominciarono ad avere sospetti di una relazione extraconiugale. Botte,
minacce, una vita segregata in casa. Sola. Fu questa solitudine forse a indurla a diventare una testimone di giustizia e a raccontare tutto quello che sapeva. Maria Concetta entrò così nel programma di protezione e fu
trasferita a Bolzano. Lontano da casa e lontano dai figli, che non aveva potuto portare con sé. Ma non durerà molto. Pochi giorni dopo, decise di ritornare a Rosarno. Ma fece di più: scrisse una lettera e registrò un nastro in cui ritrattava tutto e affermava di aver reso le sue dichiarazioni per vendicarsi del padre e del fratello che la maltrattavano. Tornò a Rosarno forse intenzionata a ripartire portando con sé i figli. Ma non ne trovò la forza. Il 22 agosto si portò alla bocca una bottiglia di acido muriatico e ne ingoiò il contenuto. Morì così, suicida. O suicidata. I suoi familiari infatti sono stati condannati per istigazione al suicidio.

ANGELO VASSALLO – 5 settembre 2010
Sindaco del comune di Pollica, in provincia di Salerno, è stato ucciso in un attentato la cui sospetta matrice camorristica è tuttora oggetto di indagini da parte della magistratura. Sindaco per tre mandati, aveva ricoperto anche la carica di presidente della Comunità del Parco, organo consultivo e propositivo dell’ente Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Soprannominato il sindaco pescatore, politicamente Vassallo si distingueva per un marcato ambientalismo.
Vassallo, il cui comune è stato l’epicentro degli studi sui regimi alimentari mediterranei, si è fatto promotore nel 2009 della proposta di inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità. La sera del 5 settembre 2010 intorno alle 22.15, mentre rincasava alla guida della sua automobile, Vassallo è stato ucciso da uno o più attentatori allo stato ignoti. Contro di lui sono stati esplosi nove proiettili calibro 9, sette dei quali andati a segno.

GIUSEPPE LETIZIA – 11 marzo 1948
Il 10 marzo 1948 Placido Rizzotto, venne attirato in un’imboscata e venne rapito e ucciso nella campagna di Corleone. Quella sera stessa un pastorello di tredici anni di nome Giuseppe Letizia scese dalla montagna sconvolto. Balbettando spiegò al padre di aver visto i banditi che fracassavano il cranio a un uomo. Delirante, fu portato dal padre all’Ospedale dei Bianchi di Corleone. Un Ospedale di paese, ma che aveva un direttore
potente: Michele Navarra, il capo mafia e mandante dell’omicidio Rizzotto. Lì il ragazzo, in
preda a una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte.
Curato con un’iniezione per calmarlo morì ufficialmente per tossicosi. l’iniezione non era di
quelle che calmano. Era di quelle che uccidono.

PIERO CARPITA E LUIGI RECALCATI – 15 settembre 1990
La vittima designata dell’agguato è Francesco Coco Trovato. Nella stessa sparatoria vennero uccisi il portinaio Pietro Carpita e Luigi Recalcati, un pensionato, che si trovavano a passare in bicicletta in un tranquillo pomeriggio a Bresso, alle porte di Milano.

PEPPINO IMPASTATO – 29 maggio 1978
Nacque a Cinisi (PA) il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa. Ancora ragazzo ruppe con il padre, che lo cacciò di casa, e avviò un’attività politico -culturale antimafiosa.
Condusse le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1977 fondò Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denunciò i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto.
Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Venne assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo a
eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlarono di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e di suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima.

RITA ATRIA – 26 luglio 1992
Rita Atria nacque in una famiglia mafiosa. A undici anni le fu ucciso dalla mafia il padre Vito, mafioso della famiglia di Partanna. Alla morte del padre, Rita si legò ancora di più al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello. Nel giugno 1991, Nicola Atria venne ucciso dalla mafia e sua moglie Piera Aiello decise di collaborare con la giustizia. Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991, decise di seguire le orme della cognata, cercando nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo
Borsellino, al quale ella si legò come a un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni, hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un’indagine sul politico Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco di Partanna. Una settimana dopo la strage di via d’Amelio in cui morì il suo amico Paolo Borsellino, si suicidò a Roma dove viveva in segretezza, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di via Amelia.

LIBERO GRASSI – 29 agosto 1991
Imprenditore palermitano, uno dei pochi che ebbero il coraggio di opporsi alla mafia.
Ricevuta la richiesta di pizzo, denunciò i suoi estorsori, sia alle forze dell’ordine sia pubblicamente con una lettera al Giornale di Sicilia del 10 gennaio 1991. La decisione di combattere la mafia incontrò il consenso della sua famiglia, ma gli procurò anche l’isolamento dei suoi colleghi, incapaci di ribellarsi al giogo del pizzo. L’11 aprile 1991 fu invitato alla trasmissione televisiva “Samarcanda” per parlare della sua lotta solitaria,
rendendo il caso noto a livello nazionale e divenendo simbolo di lotta alla mafia. Venne ucciso il 29 agosto 1991.

BARBARA RIZZO, GIUSEPPE E SALVATORE ASTA – 2 aprile 1985
Il 2 aprile del 1985 Barbara Rizzo Asta stava accompagnando i suoi due figli di otto anni, Giuseppe e Salvatore, a scuola. Durante il tragitto l’utilitaria guidata da Barbara incrociò la macchina del sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo, che si era trasferito nel febbraio di quell’anno dalla Procura di Trento per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Carlo Palermo era nella città siciliana da cinquanta giorni e aveva già ricevuto una serie di minacce. Sono da poco passate le 8.03 quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Un attimo, un click ed esplose un’autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. L’utilitaria fece da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimase solo ferito. Nella Scirocco esplosa morirono dilaniati la donna e i due bambini.

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